PALPEBRE

PALPEBRE, di Gianni Canova


Autori: Gianni Canova


Casa editrice:
Garzanti, Milano, 2010


Collana:
-


Pagine:
230


Prezzo:
13 €


Lingua:
Italiano

Indice:

Primo movimento
ANDANTE CON SANGUE

Secondo movimento
MOSSO NELLA PIOGGIA

Entr'acte

Terzo movimento
LENTO FRA LA TERRA

Quarto movimento
PRESTO CON FUOCO

Epilogo
ADAGIO AL CASTIGO

Ringraziamenti, postille e note




Com'è noto, Gianni Canova è uno dei più infaticabili critici italiani: fondatore e direttore del mensile Duel (ora Duellanti), curatore della Garzantina Cinema, preside e professore di Filmologia presso la facoltà di comunicazione dello IULM di Milano, e autore, tra gli altri, di uno dei testi teorici più significativi degli ultimi quindici anni, L'alieno e il pipistrello - La crisi della forma nel cinema contemporaneo.
Per la sua prima prova narrativa, Canova sceglie le vesti del thriller con ambizioni da romanzo storico. Ci troviamo difatti nel 2003, anno-culmine dell'industria della paura post-11/09 e della guerra in Iraq, quando in tv si può vedere la decapitazione di Nick Berg e nelle sale Kill Bill di Tarantino. Nella Milano asserragliata da razzismo e dalla paura dell'Altro, Giovanni Vigo, ricercatore universitario precario e collaboratore di Radio Popolare a tempo perso, è involontario testimone di una serie di delitti efferati che lo porteranno, al termine di una quest infernale che farà terra bruciata delle sue risorse psicologiche e affettive, ad un sotterraneo mercato di corpi umani, un totalitario sistema di compravendita di immagini mostruose, dove una nuova "carne" cinematografica sembra dichiararsi quale cristallina metafora dei tempi di terrore e mostruosità esibite dei primi Duemila. Il fatto che Palpebre, a partire dal titolo, sembri proporsi, più che come romanzo, come breve trattato sulla visibilità (e, in fattispecie, sulla politica che vi è inscritta), è chiaro da molti indizi. Già i nomi dei personaggi si spiegano da soli: Giovanni Vigo, che cerca di vedere meglio oltre la realtà superficiale anche a rischio di mettere in crisi l'esistente e di compromettere la sua stessa vita, rimanda nel nome a Jean Vigo, cineasta eretico morto prematuramente, mentre lo stesso discorso può valere per il polemista dall'eloquio avvincente Giorgio Simmel e la dark lady tarantiniana Mia (come la Mia Wallace di Pulp Fiction). Il procedimento sembra ricalcare la nominazione didascalica dei personaggi manzoniani, non a caso citato tra i riferimenti: come in Manzoni i caratteri sono definiti moralisticamente a priori, dalla penna di Canova ne escono dei tipi che della tridimensionalità non hanno più nulla, con il destino già inscritto a chiare lettere nel nome.
Ma le problematiche sul visuale sono ben più profonde e innervano tutto il romanzo; ritornano infatti tanti dei temi critici canoviani, dall'accecante flusso di immagini della contemporaneità, che assottiglia la memoria al presente e annulla la possibilità di distinguere il vero dall'artificio, sino all'ossessione per i mostruosi ibridi corporei di chiara marca cronenberghiana (del quale Canova ha scritto l'imprescindibile Castorino). Lo spunto teorico in questo senso più suggestivo e stimolante è nella differenza posta tra la rappresentazione dell'Inferno secondo Dante e la versione di Giotto, già proiettato nella modernità: laddove nel primo tipo di Inferno chi ha peccato di invidia è costretto alla cigliatura (ovvero alla cucitura delle palpebre), per vedersi finalmente dentro dopo aver visto così a lungo fuori da sè, nell'Inferno di Giotto mostrato nell'affresco della Cappella degli Scrovegni gli invidiosi sono costretti a tenere gli occhi aperti (a tal proposito, Canova non si lascia scappare il riferimento esplicito ad Arancia Meccanica), in quanto la possibilità di vedersi soffrire fa parte della stessa condanna, e come negli spettatori di oggi, essa rappresenta insieme la pena e la colpa della contemporaneità.
Posto l'indubbio fascino di queste riflessioni, è difficile soprassedere sulla povertà della sostanza propriamente narrativa di Palpebre. Per quanto Canova si premuri di citare Scerbanenco e Houellebecq, i personaggi sembrano guidati dai tòpoi più logori, l'intreccio pare un bodycount senza nerbo, fantasioso nelle immagini finali ma risaputo nel suo intero svolgimento, e, quel che è peggio, forse giustificandosi con il genere adottato (scelta di campo o di vendibilità?), opta per una prosa neutra, remissiva, poco o per nulla personale. Il Canova critico, anche nello stile di scrittura, ci ha abituato a ben altro.

Dario Stefanoni