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KIM ARCALLI - MONTARE IL CINEMA

Kim Arcalli - Montare il cinema, di Enrico Ghezzi e Marco Giusti (a cura di)


Autore: Enrico Ghezzi, Marco Giusti (a cura di), Sergio Grmek Germani (con la collaborazione di)


Casa editrice:
Marsilio, Venezia, 1980


Collana:
Ricerche


Pagine:
171


Formato: 14,5 x 20,5


Prezzo:
16 €


Lingua:
Italiano

Indice:

Ancora Kim, di Roberto Ellero

Perchè Kim, di Bruno Torri

Introduzione

Alla ricerca di Kim

Come sistemare Kim Arcalli nel panorama del cinema italiano

Kim e i montatori

Sarà mai possibile smontare il montaggio?

Uccidete il maiale e montatelo, di Sergio Grmek Germani

Interviste e dichiarazioni

- Tinto Brass
- Giulio Questi
- Bernardo Bertolucci
- Giuseppe Bertolucci
- Liliana Cavani
- Eriprando Visconti
- Salvatore Samperi
- Michelangelo Antonioni
- Ottavio Fabbri
- Italo Moscati
- Enrico Medioli
- Arturo La Pegna

La stampa il giorno della morte

Filmografia

- Lungometraggi
- Cortometraggi
- I progetti


La lettura dell'indice aiuta a comprendere la profondità dell'operazione messa in atto dal presente volume: infatti, quale miglior omaggio al “monta(u)tore Kim” di un libro costruito accostando materiali eterogenei (arte in cui Arcalli eccelleva, come testimoniano i film da lui montati per Giulio Questi)?
Così, accanto al taglio saggistico, alla prospettiva storico-critica e alla teoria del cinema, troviamo le testimonianze di colleghi e amici cineasti: è proprio attraverso lo strabismo di questo campo-controcampo che emerge il ritratto di Arcalli come artista, come uomo e come mito.
Ma c'è di più: come sottolineano a più riprese gli stessi curatori, Kim Arcalli. Montare il cinema costituisce un montaggio arbitrario dei suddetti frammenti, la cui programmatica provvisorietà intende fornire al fruitore la possibilità di costruirsi un percorso personalizzato.
Si può prediligere il genio umile dell'artista schivo, oppure le sregolatezze di un personaggio bigger than life; aldilà dell'agiografia, il libro può considerarsi una pratica guida alla visione (soprattutto in vista della preziosa sezione filmografica “ragionata”), oppure un tentativo di applicare i paradigmi della politica autoriale al cinema di genere italiano sessantesco e settantesco.
In sostanza ci troviamo di fronte a una specie di “choose your own adventure book” travestito da saggio monografico; una ipernarrazione la cui migliore qualità, a mio avviso, è quella di spronare il cinefilo a fare cinema, non solo a guardarlo.


Michael Guarneri

L'ETA' DELL'OCCHIO - IL CINEMA E LA CULTURA AMERICANA

L'ETA' DELL'OCCHIO - IL CINEMA E LA CULTURA AMERICANA, di Franco La Polla


Autore: Franco La Polla


Casa editrice:
Lindau, Torino, 2000


Collana:
Saggi


Pagine:
276


Formato:
14x22.5


Prezzo:
14,46 €


Lingua:
Italiano

Indice:

Premessa

Autori
- Alcune versioni di pastorale: Frank Capra e l’invenzione della “screwball comedy”
- La frequentazione delle tenebre: Orson Welles fra Ismaele e Barnum
- Dipendere da estranei: Elia Kazan e la letteratura americana
- Prepararsi in tempo: brevi note estetiche sul primo Roger Corman
- Corman e Poe: cronaca di una liberazione senza seguito
- Entropia e Apocalisse: Robert Altman e la cultura americana
- Russ Meyer: la realtà al grado esclamativo

Film
- “Daisy Miller” di Peter Bogdanovich
- “La via del tabacco” di John Ford
- “Non voglio perderti” di Mitchell Leisen
- “La saggezza nel sangue” di John Huston
- “Blade Runner” di Ridley Scott
- “La zona morta” di David Cronenberg
- “Il seme della follia” di John Carpenter
- “Texasville” di Peter Bogdanovich
- “Forrest Gump” di Robert Zemeckis
- “Quiz Show” di Robert Redford
- “Amistad” di Steven Spielberg

Questioni
- Storia e fantastoria: la diversità americana
- Fiction e realtà storica al cinema, ovvero: guardiamo la TV
- Negare il piacere: l’erotismo negli anni ’30 e ‘40
- Cinema e Beat Generation: il diritto alla storicizzazione
- Hollywood, droga e creatività, ovvero: usare il cervello
- Del parlar quando si è interrogati: cinema e umorismo ebraico-americano
- Il riso, la morte e i diavoli: ancora su Woody Allen e i fratelli Marx
- Parlare a Ninotchka, ovvero: quale remake?
- Dalla creazione al pregiudizio universale: la fantascienza televisiva negli anni ‘50
- “X-Files”: l’orrore del pensiero tra fantascienza e parodia
- L’iperrealismo trent’anni dopo

Indici
- Indice dei film
- Indice dei nomi


Quando si parla di cinema americano, non è possibile prescindere dall'enorme apporto critico e storiografico di Franco La Polla. Accademico senza accademismo, docente per oltre trent'anni di Letteratura Anglo-americana e di Storia del cinema nordamericano, La Polla, scomparso nel 2008, è stato senz'ombra di dubbio lo studioso italiano più autorevole in fatto di cinema e letteratura statunitensi, nonché uno dei più profondi conoscitori della cultura americana tout court. L'età dell'occhio, una delle sue raccolte critiche più significative, si propone di rileggere diversi momenti e autori del cinema Usa alla luce delle più varie interferenze letterarie, filosofiche e storiche che ne hanno plasmato le opere. Vicino ai Cultural Studies, disciplina accademica ancora poco o per nulla sviluppata nel nostro Paese, La Polla eccelle tanto nella precisione e nella padronanza dello sconfinato background culturale che gli pertiene quanto nella viva originalità del suo contributo teorico. L'invidiabile minuzia del filologo è evidente, ad esempio, quando nega all'idealista e jeffersoniano Capra la paternità della screwball comedy, genere eminentemente sovversivo e anarchico che della mitologia jeffersoniana voleva piuttosto essere la scettica parodia, o quando propone percorsi storico-critici di straordinaria erudizione riguardo le radici dell'umorismo ebraico-americano dei fratelli Marx e la tradizione del trickster, il confidence man melvilliano, nella poetica digressiva di Orson Welles. Originale, in secondo luogo, per molte riflessioni critiche decisamente innovative e coraggiose, come quando traccia i punti di tangenza tra Roger Corman e le figurazioni della pop-art, o tra Altman, l'entropia pynchoniana e l' "Apocalisse comica" di scrittori quali Vonnegut e Barthelme. Come se non bastasse, quella di La Polla era anche una delle penne critiche più godibili e lievi, priva di contorti ghirighori intellettualistici e sempre ficcante, cristallina ed essenziale. Il volume offre il meglio di sé soprattutto nelle sezioni “Autori” e “Questioni”, dove il pensiero critico di La Polla è più libero di spaziare nella trasversalità dei riferimenti culturali più vari, mentre la sezione “Film” soffre maggiormente la limitazione di dover trattare singoli titoli (generalmente non memorabili), seppur con qualche notevole eccezione come i lucidissimi interventi su Il seme della follia e Forrest Gump. L'età dell'occhio non è solo uno dei migliori florilegi di saggi sul cinema americano, con persino qualche riflessione profeticamente proiettata verso dibattiti più che attuali (cfr. il conclusivo L'iperrealismo trent'anni dopo), ma anche un modello di critica intelligente e illuminante.

Dario Stefanoni


I MANIFESTI TIPOGRAFICI DEL CINEMA - LA COLLEZIONE DELLA FONDAZIONE CINETECA ITALIANA 1919-1939

I MANIFESTI TIPOGRAFICI DEL CINEMA- LA COLLEZIONE DELLA FONDAZIONE CINETECA ITALIANA 1919-1939, a cura di Roberto Della Torre ed Elena Mosconi


Autori: Roberto Della Torre ed Elena Mosconi (a cura di)


Casa editrice:
Il Castoro, Milano, 2001


Collana:
Il Castoro Cinema


Pagine:
158

Formato: 17x24


Prezzo:
14 €


Lingua:
Italiano

Indice:

Premessa di Elena Mosconi e Roberto Della Torre

Il manifesto lungo le vie del cinema di Fabio Radaelli

Il manifesto tipografico: struttura e funzioni di Roberto Della Torre

Pubblicità e affissioni di Roberto Della Torre

Scheda. Profilo di una sala cinematografica: il cine X di Giulia Marcora

Lo spettacolo cinematografico di Gianluca Casadei

Scheda. Tra cinema e varietà: Anna Fougez e Polidor di Gianluca Casadei

“Sublime interpretazione di...”: incursioni nel divismo attraverso i manifesti tipografici milanesi di Raffaele De Berti

Scheda. Un autore-divo: Lucio D'Ambra di Stefania Mignoli

Il genere e le pratiche comunicative: il testo verbale dei manifesti e le strutture testuali di genere di Roberta Marasco

Scheda. Il genere storico nei manifesti tipografici di Savinia Colombo

Il pubblico tra manifesti e film di Elena Mosconi

Quattro chiacchiere con gli esercenti. Intervista a Ulderico Bonfanti e Ambrogio Moro di Roberto Della Torre

L'esperienza dello spettatore attraverso le cartoline del Cinematografo Centrale di Francesco Casetti

Tracce di modernità nelle cartoline del cinema Centrale di Lorena Iori

Glossario

Appunti d'archivio


Durante gli anni Settanta le cineteche italiane si aprono, tra meraviglia ed ammirazione, ad una sostanziale acquisizione di materiali non filmici disparati e di diversissima provenienza: archivi fotografici, fondi privati, archivi di colonne sonore e di locandine, diari e lettere. L'equazione cinema uguale film, già in forma non proprio smagliante, subisce una decisiva incrinatura. In questo contesto la Cineteca Italiana, ente semi-privato milanese fondato dal gruppo di Corrente (Rognoni, i Comencini, Lattuada, Luigi Veronesi, ecc.), acquistò un importante fondo di 120.000 manifesti non illustrati relativi alla programmazione di più di 150 sale cittadine dal 1919 al 1939. Come dire l'intero spettacolo cinematografico milanese di due decenni.
Purtroppo, però, i materiali non filmici acquisiti dalle cineteche hanno vita infausta, condannati come sono a scaffali polverosi dai quali vengono rimossi nella migliore delle ipotesi per una mostra. A meno che non abbiano la fortuna di suscitare l'interesse di un gruppo di ricerca che, come in questo caso l'Università Cattolica, ne rileva il valore storico e provvede ad un'opportuna valorizzazione. Il tutto affidato alla guida di Elena Mosconi e Roberto Della Torre, due esperti da prospettive diverse (ricercatrice lei e archivista lui) di spettacolo e spettatorialità cinematografica, e composto da studenti specializzandi e dottorandi.
I manifesti tipografici, specialmente se raccolti in un così ampio fondo, rappresentano una chiave d'argento per orientarsi tra i cunicoli della storia locale, senza contare le fruttuose deviazioni che un'attenta analisi lascia intravedere (come dimostrato da Raffaele De Berti e Roberta Marasco).
Così, in un complicato intreccio di leggi di mercato e autorappresentazione, i manifesti si fanno fonte plurale e polisemica, specchio infedele e risorsa preziosissima. Gioco d'interpretazione e di rilettura, dunque, che richiede mani abili, forse a volte più di quelle dei giovani ricercatori della Cattolica.
Il volume rimane comunque, anche con le sue cadute dovute più alla poca consistenza di alcuni interventi (compreso il farraginoso saggio della Mosconi) che non ad una mancanza globale, un caso unico, sia per i manifesti tipografici – ovviamente – che per lo sperimentalismo di un lavoro costruito tutto su una collezione parafilmica, utilizzata come un grimaldello per forzare più di un avamposto (il pubblico ma anche i generi, la pubblicistica, il divismo, la legislazione e l'esercizio).
In appendice Francesco Casetti e, ancor meglio, Loretta Iori analizzano le stupende cartoline del Cinematografo Centrale, la mitica sala della Galleria.

Giuseppe Fidotta


SULLA CARTA - STORIA E STORIE DELLA SCENEGGIATURA IN ITALIA

SULLA CARTA - STORIA E STORIE DELLA SCENEGGIATURA IN ITALIA, di Mariapia Comand


Autori: Mariapia Comand (a cura di)


Casa editrice:
Lindau, 2006, Torino


Collana:
Saggi


Pagine:
320


Formato:
14 x 21


Prezzo:
22 €



Lingua:
Italiano

Indice:

Prefazione di Nereo Battello

Introduzione. Carta canta di Mariapia Comand

1. La sceneggiatura, zona di mezzo di Giorgio Tinazzi
- 1.1. Il caso Cerami

2. Scenari. La sceneggiatura nel cinema muto di Silvio Alovisio
- 2.1 Dalle origini agli anni '20: una proposta di periodizzazione
- 2.2 Scrittori e cinema: alcuni modelli di relazione
- 2.3 Le prime assunzioni e l'istituzione dell'Ufficio soggetti
- 2.4 L'iter della sceneggiatura
- 2.5 Le forme della scrittura
- 2.6 Sceneggiatore e direttore di scena
- 2.7 Scrittura per il cinema e messa in scena
- 2.8 La scrittura delle didascalie
- 2.9 Un nuovo lessico professionale
- 2.10 I dialoghi e la recitazione
- 2.11 La progettazione scritta della scena

3. Prima e dopo l'immagine: percorsi tra testo letterario e filmico nel cinema degli anni '30 di Luca Mazzei
- 3.1 «Si gira!», quindi si stampi. La Cines-Pittaluga e i primi soggetti pubblicati
- 3.2 Figli di «N.N.»
- 3.3 La fabbrica dello sceneggiatore
- 3.4 Dialogico, quindi ferreo
- 3.5 Teoria e pratica dell'Ufficio soggetti
- 3.6 Prima del film e dopo la sceneggiatura
- 3.7 La creazione collettiva e il problema dell'autorialità
- 3.8 Dopo l'immagine: lo sceneggiatore come spettatore

4. Le ceneri di Balzac. Sceneggiatura e sceneggiatori nel neorealismo di Giuliana Muscio
- 4.1 La lezione di Barbaro
- 4.2 Lo sceneggiatore neorealista
- 4.3 Dal 1945 alla spaccatura del 1948
- 4.4 Amidei, Zavattini, Fellini, Pinelli
- 4.5 Gli ex di «Cinema»
- 4.6 In neorealismo della maturità
- 4.7 Esordi illustri

5. Cordoglio ed euforia. La sceneggiatura negli anni '50 di Federica Villa
- 5.1 L'osservanza del lutto
- 5.2 Riti di passaggio
- 5.3 Funerale all'italiana

6. Al servizio dell'autore. La sceneggiatura nel cinema dei «Maestri» degli anni '60 e '70 di Giacomo Manzoli
- 6.1 La modernizzazione come crisi sugli schermi italiani
- 6.2 Botteghe di scrittura al servizio degli Autori
- 6.3 Costruire l'impegno
- 6.4 Il caso Pasolini
- 6.5 Verso il declino

7. Commedia e dintorni. La scrittura di genere negli anni '60 e '70 di Andrea Pergolari
- 7.1 Una necessaria premessa
- 7.2 La commedia e i suoi autori
- 7.3 La luminosa scia di Age e Scarpelli
- 7.4 Adepti e seguaci
- 7.5 Solitari, irregolari e non integrati
- 7.6 Il caso Sonego
- 7.7 Ai margini del genere
- 7.8 Fuori dal genere
- 7.9 Il cinema comico
- 7.10 Gli anni '70: manierismo, disimpegno e pecoreccio
- 7.11 Gli sberleffi di Benvenuti e De Bernardi
- 7.12 Le ultime proposte

8. Morte e rinascita del «mestiere». Sceneggiatori e sceneggiature anni '80 e '90 di Vito Zagarrio
- 8.1 La sceneggiatura inesistente
- 8.2 Gli anni '80
- 8.3 Il grande imbuto televisivo
- 8.4 I veterani
- 8.5 I novissimi
- 8.6 Gli anni '90
- 8.7 Per una mappatura degli sceneggiatori anni '90
- 8.8 Conclusioni

9. Finale aperto. Narrazioni di fine millennio di Mariapia Comand
- 9.1 L'ennesima primavera del cinema italiano
- 9.2 Migrazioni e trasfigurazioni. La «grammatica della sospensione»
- 9.3 La sceneggiatura, avanguardia della memoria
- 9.4 Storie «glocal», discorsi aperti

10. Il romanzo popolare di Paolo D'Agostini
- 10.1 Su «La meglio gioventù» di Rulli e Petraglia

Bibliografia

Indice dei nomi


Brutto anatroccolo degli studi sul cinema, specialmente in Italia, la sceneggiatura ha negli ultimi anni ritrovato uno spazio sulla ribalta grazie al lavoro di giovani eccellenti ricercatori. Questa generazione di studiosi, nata a cavallo tra i '60 e i '70, si è ritrovata a condividere – dalle differenti torrette d'osservazione – la necessità di iniziare a ragionare sul ruolo specifico della sceneggiatura all'interno del processo di realizzazione (e nel contesto più ampio della storia del cinema italiano), da una prospettiva più lucida, depurata dei paradigmi teorici e ideologici con cui i loro predecessori si approcciavano alla materia. Fuori, dunque, dagli schemi semiologici e post-strutturalisti, liberi dalle maglie della teoria degli autori. Con Sulla carta Mariapia Comand chiama a raccolta parte della “meglio gioventù” degli studi cinematografici in merito: diviso per decenni il cinema italiano “scritto” viene sezionato dalle mani nient'affatto insicure di, tra gli altri, Silvio Alovisio (diventato in pochi anni un'autorità del muto italiano), Giacomo Manzoli ed Andrea Pergolari (entrambi, seppure da diverse prospettive, esperti di cinema popolare e di genere), Vito Zagarrio (forse l'unico che sappia districarsi negli inferni italiani degli ultimi tre decenni) e Federica Villa (studiosa torinese già autrice di importanti saggi sulla sceneggiatura). Ad incorniciare i contributi piuttosto fiacchi dei “vecchi” Battello, Tinazzi e Paolo D'Agostini. Singolarmente i contributi si mettono in evidenza per meriti storiografici (la ricerca inedita di Alovisio sulle carte della Itala), per prospettive di analisi interessanti (la Comand e Zagarrio sulla crisi del cinema italiano), per completezza (Manzoli) o per capacità di rinnovare un terreno tanto battuto (la Muscio con il neorealismo). Nel complesso il saggio, oltre ad essere lo studio più avanzato nel nostro paese, non difetta di leggerezza ed organicità.



Giuseppe Fidotta


GLI INTELLETTUALI ITALIANI E IL CINEMA

Gli intellettuali italiani e il cinema, di Gian Piero Brunetta


Autore: Gian Piero Brunetta


Casa Editrice: Bruno Mondadori, Roma, 2004


Collana: Le scene del tempo


Pagine: 179


Formato: 13,5x18,5


Prezzo: € 16


Lingua: Italiano

Indice:

Introduzione

1. Scrivere con la luce
- La matita della natura
- Prima del cinema
- L’effetto cinema
- Il cinema è mio padre
- Musica cromatica e sinfonia visiva
- Virus ed elemento fecondante della letteratura
- Fonte di ispirazione letteraria e linguistica

2. La grande migrazione
- Una nuova Bibbia dei poveri
- Dalla biblioteca alla filmoteca dell’italiano
- La Diva come Luce di un nuovo giorno dello spettacolo
- I manifesti del cinema: le nuove forme dell’arredo urbano
- I primi richiami dell’industria della celluloide
- Padre Dante che sei nei cieli del cinema
- Metamorfosi del melodramma

3. Luogo della memoria
- I titoli dei film come esche, vasi di profumi e madeleines della memoria
- In nome del Lux, dello Splendor e del Palladium Lucifer…

4. L'attrazione fatale, ovvero l'odore dei soldi
- La “novissima forza”
- Le relazioni pericolose
- Passaggio di stato
- Giovanni Verga tra trappole e miraggi
- Viva San Cinematografo

5. Ferdinando Martini, il convitato di pietra del cinema italiano
- Luccichio dell’oro e lampi di guerra
- Musiche, parole e silenzi

6. L'ombra lunga di Pirandello sul cinema italiano
- Pirandello, “angelo necessario” del racconto cinematografico del Novecento
- Da Serafino a The Truman Show
- Un Moloch che divora l’anima
- L’oltre

7. Il futurismo
- Lo schermo come luogo della fuga in avanti
- Il cinema, la nuova arma della modernità
- Pirandello futurista

8. I cines-graffiti dai Taccuini di Emilio Cecchi

9. Mutamento di stato e invenzione di una lingua per lo schermo
- Alla ricerca di un nuovo ruolo e di una nuova identità per lo scrittore
- La letteratura, traghetto per la realtà

10. Autobiografia dell'homo cinematographicus
- Cinema come mondo e come maestro di vita

11. Un'anima divisa in due
- Un esercito di complemento
- Alberto Moravia, mastro Geppetto della critica cinematografica

12. Il sogno di far parlare le cose

13. Il cinema come fonte e alimento della letteratura
- Tracce di celluloide nella testa e sulla pagina
- Pensare e scrivere per immagini
- Lo schermo fonte di luce pentecostale e di ispirazione letteraria
- Gli ultimi figli del cinema

14. La letteratura come habitat
- Dalla letteratura alla ricreazione di un mondo perfetto e parallelo
- Orchestrare letteratura, geografia e storia con la macchina del tempo
- Il lungo viaggio di Pasolini dentro i classici

I luoghi della memoria

Indice dei nomi

Nel 1972 un giovane Brunetta dà alle stampe un importante saggio, Intellettuali, cinema e propaganda tra le due guerre, che lo lancia tra le nuove promesse della storiografia cinematografica italiana. Più di trent’anni dopo Brunetta, che nel frattempo nella storiografia cinematografica italiana ha assunto un ruolo quasi pontificale, ritorna con questo Gli intellettuali italiani e il cinema sui suoi passi, rielaborando e ampliando tutta la rete di relazioni che intercorrono tra il cinema, in particolare italiano, e le diverse generazioni di intellettuali che vi si sono accostati.
La specificità di Brunetta, come studioso e come storico, consiste nel considerare il fenomeno cinematografico sempre come la risultante di spinte provenienti da molteplici forze della società. Non soltanto un fenomeno artistico, ma anche sociale, economico, politico e culturale. Va da sé che da una simile prospettiva, più inedita di quanto si possa pensare, il cinema può riemergere in ogni anfratto della società italiana. Compreso, appunto, la componente intellettuale.
Ma non ci si deve certo aspettare dallo studioso padovano una semplice mappatura degli intellettuali in qualche maniera legati al cinema, bensì una ricognizione basata sulla pluralità di sguardi e di modalità con cui si verificano le relazioni tra il cinema e i protagonisti (anche di secondo piano) della cultura italiana.
Attraverso gli sterminati materiali consultati e l’acutezza dello studioso emergono relazioni inedite, dinamiche ed impensabili.
Se nella produzione di Brunetta questo saggio può considerarsi minore, un work in progress, non mancano però i passaggi cruciali che hanno il merito di gettare nuova luce sulle metodologie di ricerca e i percorsi della scrittura dell’autore. Ciò che manca è, invece, una bibliografia, la cui pesante assenza è compensata da un appendice in cui si mappano fondi e archivi dei più prestigiosi intellettuali italiani: l’aspirante ricercatore non può che gradire.



Giuseppe Fidotta

IL CINEMA COREANO CONTEMPORANEO - IDENTITA', CULTURA E POLITICA

IL CINEMA COREANO CONTEMPORANEO - IDENTITA', CULTURA E POLITICA di Hyangjin Lee


Autori: Hyangjin Lee



Casa editrice:
ObarraO Edizioni, Milano, 2006



Collana:
In - Asia



Pagine:
350



Formato:
13x21



Prezzo:
22,50 €



Lingua:
Italiano

Indice:

Elenco del immagini


Presentazione di Paolo Bertolin


Prefazione all'edizione italiana


Prefazione all'edizione originale


Il Cinema Coreano Contemporaneo


Introduzione


Creazione dell'identità nazionale

- Il cinema coreano durante il periodo coloniale giapponese

- Lo sviluppo del cinema nord-coreano

- Lo sviluppo del cinema sud-coreano


Generi sessuali e adattamenti cinematografici del racconto popolare Ch'hnhyangjon

- Le origini della Ch'unhyangjon

- Il significato della
Ch'unhyangjon nella storia del cinema coreano

- La figura di Ch'unhyangjon nei film sud-coreani

- La figura di Ch'unhyangjon nei film nord-coreani

- Ch'unhyangjon e le relazioni legate ai generi sessuali nella società coreana

- Classi sociali e valori tradizionali della famiglia nella Ch'unhyangjon


Identità nazionale e rappresentazione cinematografica della storia

- L'antimperialismo in tre film nord-coreani

- L'anticomunismo in tre film sud-coreani

- Famiglia e identità nazionale


Classi sociali e identità culturali nella Corea contemporanea

- I conflitti di classe in tre film nord-coreani

- La dinamica di classe in tre film sud-coreani

- Esperienza dei rapporti di classe e tradizione culturale


La Corea del Sud dal 1999: dalla divisione al movimento per l'unificazione

- La creazione di un blockbuster coreano

- La storia e la narrazione nei drammi centrati sulla divisione nazionale

- Una nazione-famiglia: "Posso chiamarti fratello?"

- Immaginazione cinematica, memoria e storia

- Da nemici a vittime e compagni: l'evoluzione dell'immagine dei nord-coreani


Conclusioni


Filmografia


Bibliografia


Indice analitico


Indice dei nomi e dei film

Quella coreana e' stata ed e' tutt ora una delle cinematografie più influenzate dalla travagliata storia politica che ha coinvolto la nazione negli ultimi cento anni. Hyangjin Lee sceglie quindi di scrivere un volume che non sia solamente una storia del cinema coreano (attenzione, il titolo e' fuorviante, il volume prende in analisi il cinema della Corea, del nord e del sud, fin dai suoi albori), ma che mostri come lo studio di 'identità, cultura e politica' sia imprescindibile non solo per analizzare le pellicole coreane, ma per apprendere i meccanismi che stanno alla base di tutta la produzione cinematografica del paese.
Grazie ad un'accurata selezione delle opere analizzate, dei modelli letterari a cui queste spesso si ispirano e airiferimenti storico-sociali sempre in primo piano, Hyangjin Lee guida anche il lettore meno esperto (a patto che questi si armi di pazienza e voglia di affrontare un libro per nulla semplice) attraverso cent' anni di cinema coreano, sottolineando di volta in volta la distanza tra le produzioni del nord e del sud, non esitando pero' a ricercare quegli elementi che rendono il cinema coreano in toto lo specchio del sogno degli abitanti di vedere finalmente una Corea unita.
Ai quattro capitoli dell edizione originale (il primo con un approccio più storico, il secondo, con il suo studio della rappresentazione del racconto Ch'unhyangjon, con un approccio trasversale ed interdisciplinare, il terzo e il quarto che analizzano le colonne portanti della societa' coreana attraverso la rappresentazione di queste nella settima arte) l'autrice integra, appositamente per l'edizione italiana, un capitolo dedicato al cinema coreano contemporaneo, post 1999, e agli anni nei quali, finalmente, anche l'occidente sembra essersi accorto di certi registi.
Indice analitico e bibliografia sterminata sembrano la ciliegina sulla torta di un volume estremamente curato anche sotto l'aspetto grafico (foto pero' in bianco e nero), che nonostante il prezzo un po' altino resta il volume più completo disponibile in italiano.

IL CINEMA ARABO

IL CINEMA ARABO di ALDO NICOSIA


Autori: Aldo Nicosia



Casa editrice:
Carocci, Roma, 2007


Collana: Le bussole - Spettacolo



Pagine:
128



Formato:
12,5x20



Prezzo:
10 €



Lingua:
Italiano

Indice:

Premessa

Introduzione

1.Il cinema egiziano
- La nascita di Hollywood sul Nilo
- Da Nasser fino alla naksa
- Da Sadat agli anni ottanta
- Dall'autobiografia all'incontro con l'Altro
- Dal realismo degli anni novanta a oggi
- L'intellettuale, l'integralismo e il potere
- Per riassumere…

2.Il cinema siriano
- Il cinema al servizio del partito Ba‘th
- La fiction di Stato
- Il prodigio del settore privato
- La causa palestinese e l'antisionismo
- Il cinema d'autore degli anni ottanta
- Dagli anni novanta a oggi
- Per riassumere…

3.Il cinema del resto del Medio Oriente
- Il cinema in Palestina
- Il cinema in Libano
- Il cinema in Iraq e nei paesi del Golfo
- Per riassumere…

4.Il cinema del Maghreb
- Introduzione
- Il cinema in Algeria
- Il cinema in Tunisia
- Il cinema in Marocco
- Il cinema ai confini del Maghreb: Libia e Mauritania
- Per riassumere…

Conclusioni


Appendice


Bibliografia


Indice dei registi


Indice dei film

Allo studioso armato di buona volontà che intende divulgare il cinema arabo in Italia si parano davanti due scogli insormontabili contro i quali con buona stima andrà a cozzare. Il primo: in Europa, e in Italia ancora peggio, la conoscenza del cinema arabo è pari ad uno sparuto elenco di film (una dozzina, al massimo) e di autori (non più di cinque) che hanno conosciuto la grazia festivaliera della visibilità internazionale. Il secondo: nei paesi di lingua araba il cinema non è né un rito sociale né un'istituzione né una pratica culturale diffusa, ma un qualcosa di più evanescente difficilmente comprensibile ad un occidentale. Giunti a questo punto di solito si cita il fatto che in Arabia Saudita (25 milioni di abitanti) non esistono sale cinematografiche.
Pertanto uno studioso di cinema arabo deve possedere un bagaglio di strumenti, pratiche e capacità di ben diversa portata rispetto ai canoni storiografici sedimentati nel secolo appena trascorso. E Aldo Nicosia, autore de Il cinema arabo coraggiosamente edito da Carocci, parrebbe avere tutte le carte in regola: una profonda conoscenza dell'universo arabo che emerge in tutti gli snodi cruciali del volume, una passione fatta di dedizione per un cinema invisibile, un'indiscutibile competenza. Eppure questi ingredienti non bastano da soli.
Lo studio fa fatica ad approfondire i caratteri portanti del cinema arabo, limitandosi spesso a svolazzare di film in film per analogie cronologiche e tematiche oppure, operazione pur di gran valore, ad impastare storia politica e culturale per poi leggerne i riflessi nel cinema. Al discorso sull'autore, appena accennato soltanto per Shahin (o Chahine com'è più noto), viene privilegiato il discorso sul film, frequentemente presentato sotto forma di breve sinossi e brevissima analisi più sociologica che critica. Analoghe pecche condiscono il discorso più squisitamente storiografico: i dati latitano, la reale portata del fenomeno cinematografico permane sullo sfondo, il pubblico non è altro che un'entità impalpabile. È innegabile che l'autore meriti degli encomi, poiché comunque si tratta di un'apripista ed opera in situazioni a dir poco disagevoli, anche quando è la superficialità a farla da padrona. Superficialità che, seppur chiamata essenzialità, è la stessa collana – Le bussole – ad esigere categoricamente.
La notevole bibliografia – a maggioranza francese, com'è ovvio – tenta di riempire i buchi di un lavoro destinato ad essere superato.

Giuseppe Fidotta



LA NOUVELLE VAGUE

LA NOUVELLE  VAGUE, di Michel Marie


Autori: Michel Marie

Titolo originale: La nouvelle vague: une école artistique

Edizione originale: Nathan, Paris, 1997

Casa editrice: Lindau, Torino, 2006

Collana : Strumenti

Pagine: 199

Formato: 12 x 16,5

Prezzo:
14,50 €

Lingua:
Italiano

Indice:

Introduzione


I. Uno slogan giornalistico, una nuova generazione

I.1 Una campagna di «L’Express»
I.2 Le riviste di critica cinematografica
I.3 Il convegno di La Napoule
I.4 Data di nascita: febbraio-marzo 1959
I.5 Una «giovane accademia» alquanto malinconica
I.6 Il cinema francese nel 1958: inventario


II. Un concetto critico

II.1 Una scuola critica
II.2 Il manifesto di Alexandre Astruc
II.3 Il «pamphlet» di François Truffaut
II.4 Le teorie dell’adattamento
II.5 Le prime pagine della rivista «Arts»
II.6 La politica degli autori
II.7 Il modello americano
II.8 La Nouvelle Vague, una «scuola artistica


III. Un modo di produzione e di distribuzione

III.1 Un concetto economico: il film a piccolo budget, mito o realtà?
III.2 Due piccoli budget «fuori sistema»
III.3 Una buona salute economica
III.4 Un cinema sovvenzionato
III.5 La denuncia delle superproduzioni
III.6 Film autoprodotti
III.7 Tre produttori
III.8 La carriera pubblica dei film dei «vecchi» e dei «nuovi»


IV. Una pratica tecnica, un’estetica

IV.1 L’estetica della Nouvelle Vague
IV.2 L’autore-regista
IV.3 La sceneggiatura-dispositivo
IV.4 Le tecniche di adattamento, il rapporto con la scrittura
IV.5 L’uscita dagli studi e la riscoperta dei luoghi
IV.6 Le tecniche di registrazione
IV.7 Il montaggio
IV.8 Il suono sincrono


V. Temi e corpi nuovi: personaggi e attori

V.1 Galanteria e «saganismo»: da Astruc a Kast e Doniol-Valcroze
V.2 L’universo degli autori
V.3 Una nuova generazione di attori
V.4 Le figure femminili della Nouvelle Vague


VI. L’influenza internazionale, l’eredità oggi

VI.1 I movimenti precursori
VI.2 L’influenza della Nouvelle Vague all’estero
VI.3 Nouvelle Vague, avanguardia e cinema sperimentale
VI.4 Le conseguenze storiche del movimento, la Nouvelle Vague oggi
VI.5 La perennità dei film


Cronologia


Bibliografia


Indice dei film


Il lettore che per la prima volta si approccia a La Nouvelle Vague di Michel Marie non può non lasciarsi avvolgere da una perplessità: può un libercolo tanto snello affrontare esaustivamente un argomento così problematico, dibattuto e spinoso come la Nouvelle Vague francese? Senza ombra di dubbio la risposta è sì, può.
Il movimento cinematografico forse più studiato ed amato in assoluto continua ancora oggi a trascinarsi dietro un'aura di mito, di rivoluzione compiuta, di rifondazione addirittura; come se tutto ciò che è innovativo e di qualità dalla fine degli anni '50 in poi non possa che essere targato Nouvelle Vague. Lo storico Marie mette dunque da parte la monumentale scultura (auto)prodotta e (auto)celebrata che il movimento ha fatto di se stesso per ripartire dalle definizioni basilari, dalla domanda più semplice: “Cos'è la Nouvelle Vague?”. Le direzioni che di volta in volta l'autore imbocca mirano alla tesi centrale che vuole la Nouvelle Vague come una vera e propria scuola, organizzata a partire da una teoria estetica, un manifesto, un corpo dottrinale, un programma estetico, un supporto editoriale, un sistema di promozione e degli avversari. Niente agiografia, però. Ma, anzi, una moderata via di mezzo tra la sfrenata celebrazione in stile Cahiers du Cinéma e l'astio dichiarato alla Positif (o, se si preferisce, alla Aldo Tassone), che guarda con rigore tanto alle influenze quanto alle contraddizioni, tanto alla fortuna quanto alle cadute.
L'analisi attenta e ben documentata, infatti, è uno dei caratteri strutturali di questo saggio, in cui nulla appare fuori posto: schede, tabelle, dati precisi, riferimenti puntuali e rimandi bibliografici contribuiscono alla riuscita del tentativo di fotografare uno dei momenti più complessi ed influenti di tutta la storia del cinema.
Sebbene di edizione in edizione la solitamente lodevole Lindau non disdegni di gonfiare il prezzo, la bilancia tende ancora tutta verso il piatto della qualità.

Giuseppe Fidotta


BREVE STORIA DEL CINEMA TEDESCO

BREVE STORIA DEL CINEMA TEDESCO, di Bernard Eisenschitz


Autori: Bernard Eisenschitz

Titolo originale: Le cinéma allemand

Edizione originale: Nathan, Paris, 1999

Casa editrice: Lindau, Torino, 2001

Collana : Strumenti

Pagine: 184

Formato: 12 x 16,5

Prezzo:
9,30 €

Lingua:
Italiano

Indice:

Introduzione

I. 1895-1918 Un'industria sotto l'Impero

- Gli inizi di un'industria
- Star e autori
- Guerra e cinema

II. 1919-1925 Lo Schermo Demoniaco

- Il cinema e il suo tempo
- Il Gabinetto del Dottor Caligari
- I misteri dell'anima
- Le ambiguità dello schermo demoniaco
- Carl Mayer e il kammerspiel
- F. W. Murnau
- Fritz Lang
- L'anno 1925

III. 1926-1929 Gli ultimi anni del muto

- Concentrazione, emigrazione, rinnovamento
- La Nuova Oggettività
- Impadronirsi del cinema

IV. 1929-1933 Il passaggio al sonoro e la fine della Repubblica

- Il mondo nel teatro di posa
- Il mondo in crisi
- M, il mostro di Dusseldorf
- Bertolt Brecht, Max Ophuls
- Un testamento

V. 1933-1945 Il cinema secondo Goebbels

- Mettersi al passo
- L'industria con Goebbels
- Leni Riefenstahl e le avanguardie
- Guerra e cinema (bis)

VI. 1933-1945 L'altra Germania: i cineasti in esilio

- Terre d'accoglienza?
- Hollywood

VII. 1945-1962 Il cinema di papà (RFT)

- Tra le rovine
- La Germania di Adenauer: «È colpa di Hitler»
- Il ritorno
- Il cinema dei distributori
- Il piacere della volgarità

VIII. 1945-1989 A est (RDT e zona sovietica)

- Risorta dalle rovine
- Il primo Stato tedesco operaio e contadino
- 1953-1961: dall'insurrezione al Muro
- La generazione degli anni '60
- La fine
- Il documentario

IX. 1962-1980 Il giovane cinema tedesco (RFT)

- Straub, Kluge e qualcun altro
- Il cinema di papà non è morto
- 1968 e dopo
- Il Nuovo Cinema tedesco

X. 1980-1989 Post scriptum

- Gli anni '80
- Gli anni '90

Bibliografia

Indice dei nomi



Attraversare la storia del cinema tedesco significa aggirarsi con diseguale difficoltà tra età dell'oro celebratissime (Weimar, il Giovane e il Nuovo cinema tedesco) e medioevi frequentati quasi in esclusiva da studi specialistici (il pre-Caligari, l'epoca nazista, il cinema della RDT), dunque far convivere in uno stesso luogo il trito e l'inesplorato. A tale difficoltà Bernard Eisenschitz risponde delineando uno scenario in cui si incrociano, bilanciandosi, la completezza e la sommarietà, adottando la pratica metodologica del sorvolare tutto senza fermarsi mai.
Illuminato da uno stile asciutto ed essenziale e sorretto dai contributi di Kracauer, Eisner, Brecht e Daney, il saggio si propone sin da subito come un'introduzione sufficientemente esaustiva, non perdendo mai occasione per guardare con occhio critico ai legami tra storia e politica. La Germania ritratta è una nazione che rinegozia la propria identità: ambiguità e fratture riportate anche nella struttura del volume nella scelta di trattare due o più tipologie di cinema nazionale in contrasto dialettico (avanguardia/commerciale, nazisti/esiliati, cinema-di-papà/nuovo-cinema, RDT/RFT), sempre allo scopo di restituire un quadro, o come le dimensioni richiedono: una miniatura, completa e precisa.
L'edizione francese, a cui la Cinématheque parigina ha assegnato il rinomato Prix Philippe Arnaud, presenta un aggiornamento al 1999 – che Lindau riporta – nel quale l'autore condensa due decenni estremamente problematici per il cinema tedesco, i disastrosi anni '80 e '90, in un distillato superficiale ed irrisolto. Più felice, invece, la bibliografia, essenziale e versatile, che racchiude i cardini del discorso attorno al cinema tedesco, inglobando anche testi non propriamente cinematografici, ma comunque fondamentali (tra cui i filosofi di Francoforte e la storiografia più essenziale attorno al Novecento tedesco.

Giuseppe Fidotta



PLAYTIME

PLAYTIME, di Giorgio Cremonini


Autori: Giorgio Cremonini


Casa editrice: Lindau, Torino, 2000


Collana : Saggi


Pagine: 216


Formato: 14x22


Prezzo:
12,91 €


Lingua:
Italiano

Indice:

Premessa

I. La forma comica del pensiero: una introduzione
- Pensare comicamente il mondo
- Aporia e spaesamento
- Caricatura e dintorni
- L'impossibilità di essere i modelli
- Il doppio e lo scambio
- La parola impazzita
- La particolare narratività del comico
- I bambini ci guardano
- Le molte facce del comico
- Il comico, la storia e la cultura
- Il comico è un pensiero laico

II. Comici, film, mondi
- Mondo “slapstick”: Mack Sennet & Co.
- Cronotipi in evoluzione
- La doppia maturazione di Chaplin
- Buster e le macchine
- La fuga nel sogno: da Harry Langdon a Danny Kaye
- Harold Lloyd e la conquista della felicità
- W.C. Fields o la gradazione alcolica dell'ottimismo
- Due: una folla – ovvero Laurel & Hardy e altre coppie
- La trinità laica dei fratelli Marx
- Jacques Tati, o la “plongée” nostalgica
- Viaggio a Cartoonia: Tex Avery
- «Behind the Screen»
- I “cinema days” di Woody Allen
- Diario di un italiano: Nanni Moretti
- Roberto Benigni e la sessualità infantile
- La difficile età dell'oro: Massimo Troisi
- Totò il cattivo
- A proposito di cattiveria: lo specchio di Mr. Bean
- Breve incontro: Sellers & Kubrick
- La nuova fine di mondo: Dante, Levinson, Burton

III. Ridere e sorridere, commedia e dispersioni
- La commedia è femmina
- “Esprit de finesse”: René Clair
- Maschere e celluloide: Billy Wilder
- Angeli e demoni (parentesi su Lubitsch)
- Rifare Wilder e Capra: Blake Edwards e Stephen Frears
- La commedia all'italiana
- Dopo tutte le rivoluzioni: il nuovo “humour” inglese
- Ateo, grazie a Dio: Luis Bunuel
- Emigranti: Roman Polanski e Otar Ioseliani
- Alain Resnais: la vita delle meduse

IV. Postilla: il comico involontario, ovvero il mondo

Nota autobibliografica


Il cinema comico, passo dopo passo, uno sdoganamento dopo l'altro, è uscito negli ultimi tre decenni dal guscio in cui una pratica critica intellettualistica e aristocratica l'aveva rinchiuso. Oggi, dunque, un discorso rigoroso sul cinema comico non teme affatto di sporcarsi le mani con le torte in faccia e i travestimenti più beceri. Da questa legittimità parte un uomo di scienza prestato al cinema come Giorgio Cremonini, docente di biologia all'Università di Bologna, nella sua esplorazione del genere che non manca di coinvolgere ed affascinare.
La divisione interna al testo è netta: se nella prima parte si introduce il comico nei suoi elementi teorici, nella seconda si esplorano autori e momenti della storia del comico e nella terza, dopo un leggero cambiamento di angolazione, si replica con la commedia. La quarta parte, un'insipida invettiva moralista sull'intrinseca ridicolezza del mondo, non può che considerarsi un'occasione mancata.
Senza dubbio è al momento teorico che bisogna riservare maggiore attenzione, tant'è denso di riflessioni organiche che hanno il merito di ricollocare gli assi portanti della teoria del comico. Con metodo scientifico, Cremonini seziona gli elementi del genere (l'incongruità, lo spaesamento, la deformazione, il doppio, la maschera, ecc.) e li passa sotto analisi, cogliendone il valore strutturale in una trasversalità di riferimenti che va da Bachtin a Lyotard, da Cavell a Berger (il cui Homo ridens mostra più di un'influenza). La lettura di questa parte, nonostante lo stile dinamico e la moltitudine di riferimenti filmici, potrebbe procedere con difficoltà, ma il valore del testo merita tutti gli sforzi.
Il capitolo sul comico non manca dell'acutezza critica e del rigore che dominano su tutto il testo. Altrettanto bene la deviazione sulla commedia, seppure soffra (ma in misura non molto rilevante) di una scelta molto arbitraria degli autori e di un'impostazione teorica più superficiale.
La vera macchia, quasi un crimine, che compromette il livello complessivo dell'opera è la totale assenza di un apparato bibliografico, tanto più grave quanto spesso le note risultano lacunose e frammentari. Ma nel complesso, perdonato un certo snobismo (peraltro condivisibile) che di tanto in tanto traspare, Playtime è una lettura importante, di ampio respiro, tutta concentrata nella sfida di spingere in avanti il discorso attorno al comico. Sfida, bisogna riconoscerlo, vinta.

Giuseppe Fidotta




CHITARRE E LUCCHETTI - IL CINEMA ADOLESCENTE DA MORANDI A MOCCIA

CHITARRE E LUCCHETTI - IL CINEMA ADOLESCENTE DA MORANDI A MOCCIA, di Davide Boero


Autori: Davide Boero


Casa editrice:
Le Mani - Microart's, Genova, 2009


Collana:
-


Pagine:
133


Formato:
14x21


Prezzo:
14 €


Lingua:
Italiano

Indice:

Introduzione


Adolescenti negli anni Settanta


In attesa dell'esame


Non si scherza con l'amore


Intervallo


Disimpegno o partecipazione


Fuggire dall'insoddisfazione


Dopo gli esami... un viaggio


La fine dei giovani


Filmografia


Bibliografia


Indice dei nomi



Il merito di aver pubblicato per la prima volta un saggio sul fenomeno del cinema giovanilistico (o adolescenziale) italiano va equamente diviso tra Davide Boero e l'ormai rodata ditta Pulici-Gomarasca di Nocturno Cinema. Il primo per aver scritto il Chitarre e lucchetti in oggetto, i secondi per aver dedicato, quasi un anno prima, un dossier monografico dedicato al genere che ha obbligato i critici a rivedere la nozione (parlando di box office) di crisi della settima arte in italia.
Il compito di Boero non e' solo oltremodo arduo perche' sostenuto da una bibliografia precedente praticamente pari a zero, ma anche in quanto il filone cinematigrafico in questione, bistrattato fin dall'inizio dalla critica, poco si presta ad un analisi prettamente teorica. Il giovane autore, forse proprio per mettere le mani avanti nei confronti dei colleghi, dichiara immediatamente di non scrivere con intento celebrativo nei confronti del genere oggetto di studio. Il suo interesse e' piuttosto quello di trovare la chiave di lettura che possa accomunare una sequela di pellicole che fanno seguito al successo di Tre metri sopra al cielo prima e di Notte prima degli esami poi. Senza chiaramente la presunzione di individuare una cifra stilistica comune, ma con l'obiettivo di studiare i giovani attraverso i film che li descrivono, che amano e nei quali, causa e non effetto, si identificano. Una sorta di percorso a ritroso che parte dai film per arrivare all'oggetto dipinto in essi e quindi, per forza di cose visto il successo mediatico di certe pellicole, al loro reale universo. Le citazioni ed i parallelismi suggeriti da Davide Boero (da Bunuel a Truffaut) suggeriscono la natura, precisa e approfondita, dello studio operato, nonostante il registro si mantenga per tutto il libro dalle parti della trasparenza ed intelleggibilita' totale. Inevitabile ma forse troppo breve il capitolo iniziale dedicato agli antenati di Vaporidis e Moccia; un po' confusionaria la struttura del libro che fino all'ultimo non chiarisce la volonta' di procedere a schede di approfondimento di ogni film o quella di individuare temi e sottogeneri all'interno del filone giovanilistico. Chitarre e lucchetti non e' l'opera definitiva sul cinema giovanilistico italiano (ce ne sara' mai il bisogno?), ma resta un ottimo primo approccio ad una cinematografia ancora in completo divenire. Peccato per il prezzo, forse un po' troppo alto per le 133 pagine totali.

Michelangelo Pasini


ITALIA ODIA - IL CINEMA POLIZIESCO ITALIANO

IITALIA ODIA - IL CINEMA POLIZIESCO ITALIANO, di Roberto Curti


Autori: Roberto Curti


Casa editrice:
Lindau, Torino, 2006


Collana:
Le Comete


Pagine:
431



Formato:
14x21



Prezzo:
15 €



Lingua:
Italiano

Indice:

Ringraziamenti


Introduzione


Avvertenza


- Italia nera. Il poliziesco italiano da Mussolini a "Un maledetto imbroglio"

- Storie di banditi

- Al di sopra di ogni sospetto: poliziesco e impegno civile

- Grazie (poli)zia: il poliziottesco, 1972-198

- Italia odia. Le mille facce del poliziottesco

- Dalla parte sbagliata. Il "nero" anni '70

- Tutti figli di Mammasantissima

- Anatomia di un filone

- Quello che non c'è. Il poliziesco al cinema e in tv, 1980-2005


Bibliografia


Indice dei film


Indice dei nomi


Maledetti pregiudizi. Dal primo momento in cui ho appreso che Roberto Curti avrebbe realizzato per Lindau un libro dedicato al poliziesco italiano anni '70 ho iniziato a pensare all'ennesima minestra riscaldata. Mi chiedevo che bisogno ci fosse di andare ulteriormente ad approfondire un genere così ampiamente sviscerato. Ora, con il libro in mano, mi trovo invece a far due calcoli e a dover ammettere che, nonostante di polizieschi se ne parli ovunque, i libri, quelli validi, quelli veri, dedicati all'argomento si contano davvero sulla punta delle dita. Forse sono anche meno. E' quindi evidente che questo volume di Curti non sia assolutamente una ridondanza di letteratura sull'argomento. Ad avvallare questa tesi è anche l'impostazione del libro, antitetica rispetto a quanto si era letto fino ad oggi in Italia. L'autore abbandona infatti la struttura a recensioni che accomunava libri come Città Violente prima e Cinici, infami e violenti poi, per dedicarsi ad un vero e proprio studio storico del cinema poliziesco italiano. Dalle pellicole prodotte durante il ventennio fascista, ai nuovissimi film per la tv che impazzano i palinsesti odierni. Una disamina storico-sociologica che verrebbe da definire acritica, se con questa parola si vuole intendere una visione il più possibile distaccata (e quindi lontano dal fanatismo che accompagna certi recensori di cinema di genere), e con un'attenzione impressionante alle fonti. Un lunghissimo saggio pronto a smentire gran parte degli stereotipi su cui la fama del poliziesco italiano aveva costruito parte della propria fortuna tra gli appassionati ("Fra il poliziesco e la crtitica è disamore a prima vista? Non esattamente").
Nel piglio di Curti si possono notare di tanto in tanto assonanze, assolutamente positive, con il Brunetta delle storie del cinema italiano. E un volume con uno studio di questo calibro vale più di mille crociate combattute a suon di "non esiste cinema di serie A e cinema di serie B".
Si astengano dalla lettura coloro che pensano che l'anima del poliziesco italiano sia da ricercarsi nelle pernacchie e parolacce sparate a raffica da Milian nei panni del Monnezza.

Michelangelo Pasini



IL CINEMA EUROPEO

IL CINEMA EUROPEO, di Mariapia Comand e Roy Menarini


Autori: Mariapia Comand, Roy Menarini


Casa editrice:
Editori Laterza, 2006, Bari-Roma


Collana:
Biblioteca Universale Laterza


Pagine:
204



Formato:
14 x 21



Prezzo:
16 €



Lingua:
Italiano

Indice:

Prefazione, di Pierre Sorlin

1. L'identità e la tradizione
- Il cinema, l'identità
- Un cinema tradizionalmente europeo?
- Migrazioni dall'Europa all'America e ritorno

2. America, «americans» e americanate: Hollywood secondo gli europei
- L'immagine (mitizzata) del Nuovo Mondo
- Americanate

3. La forma realista: il cinema europeo e la sfida del reale
- Per un cinema della realtà
- Questo film parla di noi. Il realismo dei temi e dei contenuti
- Tra cinema e civiltà. Il realismo storicizzato
- La macchina della realtà. Il realismo del dispositivo
- Lo spazio vero. Il realismo del documentario

4. Dalla forma al concetto
- Per un cinema astratto, contro la realtà
- L'occhio e la linea. Le avanguardie storiche europee
- Dalle forme alla sinfonia. Il cinema urbano e la divulgazione moderna
- Le ombre della storia. L'espressionismo cinematografico tedesco.
- La costruzione del senso. La scuola del montaggio sovietico.
- Il linguaggio espanso. Le nuove avanguardie

5. L'onda del nuovo nel Vecchio Continente: nuovo cioè free, nouvelle, neuer, novo, novà
- Le rabbie cockney del Free Cinema
- I jeunes turcs della Nouvelle Vague
- L'onda del rinnovamento dell'Est: Nova Vlna e dintorni
- La Neue Welle tedesca: dal Giovane cinema tedesco al Nuovo cinema tedesco

6. Lo specchio del passato, lo spettro del presente: i generi autoctoni
- Commedia all'italiana: the dark side of the boom
- Whisky, tè e pappagalli: le eccentricità vittoriane delle commedie Ealing
- Abissi gotici: gli horror Hammer
- Nostalgie delle altezze perdute: gli Heimatfilme
- La mitologia del fallimento nel polar

7. Verso un modello ideale: i generi d'imitazione
- Il cinema che voleva essere altro
- Vamos a matar: il grande western italiano ed europeo
- Il regno della paura: horror e thriller
- Tra Alphaville e il paese dei balocchi. Fantascienza e tecnologia
- In cerca dei generi, anno zero

8. Poeta, artista, genio: l'autore nel cinema europeo
- Nel nome del padre. L'autore cinematografico e il film europeo
- Il silenzio di Dio e la voce dell'autore. Ingmar Bergman
- Il rigore dei gesti. Robert Bresson
- L'onirismo dei sensi. Federico Fellini
- L'autore come trasgressore. Pedro Almodòvar
- L'ego dell'autore. Nanni Moretti

9. Incontri, osmosi, simbiosi. Le coppie d'autori
- Gli inquietanti scenari espressionisti di Fritz Lang e Thea von Harbou
- Un movimento unico: Michel Carné e Jacques Prévert
- Come il caffè e il latte: il neorealismo di Cesare Zavattini e Vittorio De Sica
- The Archers. «Scritto, prodotto e diretto da Michael Powell e Emeric Pressburger»
- La scrittura surrealista di Luis Bunuel e Jean-Claude Carrière
- Krzysztof Piesiwicz e Krzysztof Kieslowki: la drammaturgia della realtà dentro i fili del telefono

10. Pubblico, industrie e utopie
- Fasti e primi nefasti
- Il silenzio è rotto: dal sonoro allo scoppio della guerra
- Dagli anni d'oro agi anni bui
- Nuovi scenari e vecchie utopie

Bibliografia generale

Indice dei nomi

Indice dei film


La questione è tanto antica quanto annosa: esiste, non soltanto in senso meramente geografico, un cinema che possa dirsi europeo? Oppure, si può obiettare, non è che un'invenzione storiografica o un ingranaggio produttivo da opporre al tetragono cinema made in USA?
Il duo Comand-Menarini, coppia d'assi del DAMS di Gorizia, si lascia poco sedurre – per la fortuna del lettore – da simili questioni, limitandosi ad un capitoletto iniziale che sbroglia sbrigativamente gli assunti teorici. Per i restanti nove capitoletti (di massimo quindici pagine) gli autori, come dichiarato nella nota d'apertura, inseguono “le linee invisibili attraverso cui l'identità europea prende forma attraverso il cinema o viene disegnata dagli stessi cineasti, dagli storici o dagli spettatori”. Una dichiarazione d'intenti che potrebbe scoraggiare, far temere una summa di cinema ed Europa virata verso l'accademismo più esasperante.
Invece, proprio al contrario, la ricerca delle linee invisibili ha come principio-guida la semplicità: dello stile, dei discorsi, dei contenuti, della struttura. Il lettore è condotto per mano nella grande casa del cinema europeo tramite un'esplorazione che non disdegna di frugare tra cantine stipate di cianfrusaglie (il cinema popolare) e vecchie stanze poco frequentate (il cinema dell'Est Europa).
Eppure proprio la semplicità e la leggerezza intaccano la qualità dell'opera che, pur evitando cadute di qualsiasi genere, non riesce ad essere molto di più di un'introduzione estremamente piacevole al cinema europeo. Così, coscienti dei limiti della loro creatura, i due autori hanno corredato ogni capitoletto con una bibliografia di riferimento divisa per argomenti.
La prefazione del prestigioso Pierre Sorlin ha più il sapore di una patente o di una benedizione: di per sé incolore, tocca dei punti che nel volume saranno superati ed approfonditi.
Caldamente consigliato ai novizi: alcune università lo hanno adottato per i corsi di storia del cinema.

Giuseppe Fidotta


CINÉ

CINÉ, di Vittorio Giacci


Autori: Vittorio Giacci (a cura di)


Casa editrice:
Gallucci, Roma, 2008


Collana:
-


Pagine:
355



Formato:
24x31



Prezzo:
48 €



Lingua:
Italiano, Francese

Indice:

Prefazione, di Vittorio Giacci

Sorelle latine, di Vittorio Giacci

Coppie indimenticabili, di Gilles Jacob

Paris, Roma, Nice, Torino, Marseille, Milano, Napoli..., Jean A. Gili

Neorealismo e Nouvelle Vague. Una storia di amicizia di lotte, di Jean-Michel Frodon

Il calore dell'abbraccio tra cinema italiano e cinema francese, di Carlo Lizzani

Paris-Roma: un bel viaggio di cinema, di Serge Toubiana

Testimonianze
- Gaetano Blandini
- Veronique Cayla
- Pierre Viot
- Paolo e Vittorio Taviani

Bibliografia

“Io penso – scrive Zavattini in Neorealismo ecc. – che queste due cinematografie [italiana e francese] vadano l'una verso l'altra, che l'una si arricchisca dell'esempio dell'altra, pur conservando la loro tipicità”. Questa la tesi: Ciné a cura di Vittorio Giacci, già direttore generale dell'Ente Cinema e di Cinecittà International, ne è la dimostrazione.
Il volume, nato nel seno delle istituzioni, approfondisce l'esperienza delle coproduzioni tra Italia e Francia, pratica felicissima che, soprattutto tra i Cinquanta e i Settanta, ha infiammato gli schermi mondiali con una sequela di immensi capolavori.
Il lavoro di Giacci continua e colma il discorso aperto quindici anni fa da Tassone e Gili con Parigi-Roma (1995, ed. Castoro), mantenendone in alcuni casi persino le voci (come Gili, autore di un'interessante ricerca sulle coproduzioni ante litteram del primo Novecento) ed ampliandone la portata – inedita è l'impostazione costruita sugli assi portanti di Neorealismo e Nouvelle Vague, e non sulle produzioni destinate al grande pubblico, che propongono sia Giacci che Frodon, direttore dei Cahiers du Cinéma. Sempre Giacci, inoltre, è autore di un intervento prezioso che riesce a sintetizzare la storia delle cinematografie sorelle in una ventina di pagine.
Più leggeri e aneddotici gli interventi di Jacob, direttore del festival di Cannes, di Lizzani, che racconta la sua esperienza da protagonista, e di Toubiana.
Grazie agli interventi finali e ad una completa raccolta di dati economici e legislativi, il volume gode di un innegabile valore accademico. A tal proposito si segnala anche il CD in allegato, nel quale il trio Tassone-Gili-Grossi analizza nel dettaglio tutta la filmografia delle coproduzioni dal 1947 al 2008.
Ma la perla, il vero fiore all'occhiello di quest'opera già di per sé encomiabile, è una sezione iconografica titanica e incantevole: l'appassionato di cinema rischia la sindrome di Stendhal.

Giuseppe Fidotta


IL FILM NOIR AMERICANO

Il film noir americano, di Leonardo Gandini


Autori: Leonardo Gandini



Casa editrice:
Lindau, Torino, 2001


Collana:
Strumenti


Pagine:
144



Formato:
12x16,5



Prezzo:
8,26 €



Lingua:
Italiano

Indice:

Il noir e la critica

Il noir e la letteratura di genere

- Il mistero del falco
- La fiamma del peccato
- Addio, mia amata/ L'ombra del passato
- Il grande sonno


Il noir e il sogno

Spazio e tempo nel noir

Post-noir e neo-noir

Bibliografia

Indice dei nomi



Nella non nutrita bibliografia italiana dedicata al noir (5 titoli in tutto), la monografia firmata da Leonardo Gandini è senza dubbio tra quelle che spiccano per maggior rigore critico e precisione filologica. In primo luogo Gandini pensa a delimitare con cura il concetto di noir al cinema, ne ammette la denominazione d'etichetta a posteriori ma liquida chi denigra il genere accusandolo di essere una mera creazione critica (come Marc Vernet, che ha definito il noir “ready made cinefilo”); dall'altra ridimensiona anche la politica per così dire “espansionista” di Schrader e Durgnat, che rispecchia la concezione comune di un noir inteso come categoria nebulosa e generica in cui poter inserire pressochè qualsiasi film ad ambientazione criminale, compresi i gangster movie degli anni '50 e i cosiddetti post-noir dei decenni successivi.
Gandini preferisce designare con precisione le marche stilistiche e strutturali del genere (il disturbante onirismo, l'incertezza strutturale del soggetto tra realtà e allucinazione, il contrasto espressionista di luci e ombre, il viluppo indistinto tra bene e male) limitandolo, almeno per i primi quattro capitoli, ai soli film noir “classici” degli anni '40, tra i quali vengono passati in rassegna una ventina di titoli esemplari. Anche il secondo capitolo è mosso dal piglio severo del filologo, molto rigoroso ma anche poco indicato per chi cerchi una lettura introduttiva e disimpegnata: in quattro esempi si analizzano le differenze strutturali tra alcuni romanzi hardboiled e i rispettivi adattamenti cinematografici, dimostrando così come il cinema noir abbia saputo formarsi come linguaggio riconoscibile e autonomo anche rispetto alle proprie origini letterarie, da cui si distacca per un ulteriore lavoro di decostruzione temporale e di messa in crisi del soggetto e della realtà in cui si inscrive. Fondamentali i due capitoli centrali, che indagano in modo più tradizionale, ma anche più godibile per il lettore medio, tutti i leitmotifs tematici e stilistici del genere e la particolare concezione dello spaziotempo. Infine, un'appendice che definisce il post-noir come filiazione infedele del genere (un manicheismo decisamente più netto, una messa in scena più controllata, nel complesso “la rivincita della luce sull'ombra”) ritrovando lo spirito noir in ben altri titoli contemporanei che sembrano calzare a pennello nelle condizioni espresse nei precedenti capitoli: Fight Club, Strade Perdute e Velluto Blu (dove l'elemento grazie a cui Lynch riesce ad innovare il genere è proprio quello che ne aveva determinato la morte: il colore).
Solo apparentemente svelto per pagine e dimensioni, Il film noir americano (ristampato nel 2008 con 20 pagine in più), non è da confondersi per un'introduzione semplicistica al genere, considerata la profondità delle riflessioni e la vastità di riferimenti teorici e critici che vi sono contenuti. La lettura non è resa agevolissima dai caratteri di stampa molto piccoli e dalla totale assenza di corredo iconografico, ma a questo punto si tratta davvero di peccati veniali.


Dario Stefanoni


PENTAGRAMMA DI LUCE - FILM, STORIA E CURIOSITA' SULLA "MUSICA" NEL CINEMA

Pentagramma di luce, di Giuseppe Colangelo


Autori: Giuseppe Colangelo


Casa editrice:
Book Time, Milano, 2009


Collana:
Cinema


Pagine:
140


Formato:
14,5x21


Prezzo:
12 €


Lingua:
Italiano

Indice:


Introduzione

Premessa

- Ballo, danza e musical

- Jazz e blues

- Musica classica e opera

- Rock

Indice dei registi

Indice dei titoli

Bibliografia

Crediti fotografici




Una delle tante rivoluzioni dell'immaginario cinematografico avvenne nel 1927, anno in cui vide la luce Il cantante di Jazz di Alan Crosland, primo film sonoro della storia del cinema. Al Jolson, attore e cantante su cui era cucito l'intero film, concludeva con una battuta emblematica e dal tono profetico: “Wait a minute, you ain't heard nothin' yet! ”. Quello fu solo l'inizio, infatti, di una lunga storia in cui cinema e musica andavano a contaminarsi: tra musical, musicarelli, film-opera, biopic di musicisti e cartoons musicali, i generi e le pellicole sull'argomento diverranno di lì a poco innumerevoli.
Questo sottile dizionario illustrato tenta di mapparli tutti, dividendo i titoli secondo il genere musicale a cui appartengono: classica, jazz, blues, rock, opera e danza. Lo spirito di maniacale completismo è lo stesso che stava alle base anche di Ciak si abbaia! e Macchine di celluloide, i precedenti volumi di Giuseppe Colangelo, docente di storia del cinema e giornalista free-lance per L'Unità, Airone e Argos. Pentagramma di luce, infatti, non è che l'ultima pubblicazione di una serie di dizionari ragionati che raccoglie la storia del cinema in vari compartimenti tematici (tra i i prossimi in via di pubblicazione, anche un volume dedicato alle grandi civiltà del passato).
Non manca nessun titolo: si va da Bolero di Pabst a Tano da Morire di Roberta Torre (“Ballo, danza e musical”), da Hallelujah di King Vidor a Mo' better Blues di Spike Lee (“Jazz e blues”), da Un grande amore di Beethoven di Gance a Mosè e Aronne di Straub (“Musica classica e opera”) e dal vecchio Rock around the Clock al recente biopic su Johnny Cash Walk the line (“Rock”). Tra tutte, la voce meglio curata e più godibile da consultare è il capitolo rivolto alla musica classica, che suddivide la vasta filmografia secondo il compositore di riferimento e si snoda in una quarantina di profili filmografici, da Johann Sebastian Bach a Kurt Weill, passando per Liszt e Schubert.
Il copioso elenco di titoli, che sottolinea le produzioni italiane in grassetto e al titolo aggiunge solo anno e regista, è interrotto di tanto in tanto da alcune curiosità (come una divertente digressione sui jazz cartoon, con apposita filmografia) e da dodici schede dedicate ai migliori film di ciascun genere, complete di cast, trama e premi; tra queste, anche titoli poco noti e degni di riscoperta, come Baby Snakes di Frank Zappa, insospettabile cineasta, e Let's Get Lost di Bruce Weber.
Non privo di una certa praticità ideale per collezionisti e cinefili ossessivi, il libro conserva però gli stessi difetti del precedente Macchine di celluloide: un numero di pagine eccessivamente modesto per l'ampio argomento (solo 86 pagine, esclusi gli indici) e scarsa cura della qualità di stampa.

Michelangelo Pasini


CARPENTER ROMERO CRONENBERG – DISCORSO SULLA COSA

CARPENTER ROMERO CRONENBERG – DISCORSO SULLA COSA, di Lorenzo Esposito


Autori: Lorenzo Esposito



Casa editrice:
Editori Riuniti, Roma, 2004




Collana:
King Kong – Studi di cinema e comunicazione


Pagine:
111



Formato:
14x21



Prezzo:
14€



Lingua:
Italiano

Indice:

Prefazione, di enrico ghezzi

Introduzione


- L'etica dell'orrore

- In-visibilità

- Cose da un altro mondo

- Scritture. Il pasto nudo dell'horror

- Fine dell'horror, crisi dell'immaginario

Conclusioni e paradossi

Note

Bibliografia


Sarebbe un errore scambiare questo volumetto per una triplice monografia o per uno studio storico sul new horror. Discorso sulla cosa è infatti un raffinato saggio di filosofia dell'immagine, un pamphlet teorico su come i tre maestri dell'orrore hanno costruito una vera e propria teoria del visibile, qui dispiegata con sensibilità e piglio ghezziano (e difatti è Ghezzi stesso ad aprire le danze con una prefazione un po' troppo evanescente).
Esposito, collaboratore di Filmcritica e redattore di Fuori Orario, più che seguire tracciati storici e critici classici, preferisce affrontare la percezione di un sentire e di un immaginario comuni; la scrittura segue perciò involuzioni liriche e letterarie, che, se non mancano di fascino, rischiano spesso di risultare eccessivamente evasive e vaghe. Se il saggio non difetta di metafore ficcanti, di boutades geniali (come l'accostamento tra horror e porno, per il comune distacco dalla vita e l'oscena ripetizione dell'identico) e molte (ri)definizioni seducenti (“l'horror manovra tra fascino della manipolazione e ossessione del controllo, tra il desiderio del viaggio in un territorio sconosciuto, e la paura di non saper più tornare indietro”), dall'altra trascura di strutturarsi secondo uno sviluppo pienamente intelligibile, lasciando il testo preda di inestricabili gorghi di scrittura e di tautologie teoriche leggermente compiaciute.
Passando al contenuto del saggio, se su Cronenberg non si fa che approfondire la nota centralità visiva e filosofica del corpo, e riguardo Romero ci si sofferma sull'etica dello sguardo e sul clinico realismo caratteristico del fantastico d'ascendenza browning/mathesoniana, il saggio appare particolarmente illuminante quando parla di Carpenter. Si indaga la bruciante carica politica della sua opera, sfida al vedere e insieme inesausta lotta all'orrore dell'identico, orrore che Carpenter individua nei processi mediali di disidentificazione e di perdita dell'identità.
Il saggio prosegue inoltre con un'intelligente digressione sulle contaminazioni letterarie (Scritture), che tratta dei vari adattamenti e debiti d'immaginario da Lovecraft, King, Ballard, Burroughs, Matheson, concludendosi infine con una riflessione sulla smaterializzazione dell'immagine horror, il fagocitante dominio del virtuale e l'agonia del genere.
Complessivamente, un testo senza dubbio incontenibile, trasversale e assai fitto di suggestioni, ma anche nebuloso e ostico da fruire, nonchè dal prezzo eccessivo per un numero di pagine piuttosto modesto.

Dario Stefanoni


MACCHINE DI CELLULOIDE - FILM, STORIA E CURIOSITA' SULLE "MACCHINE" NEL CINEMA

MACCHINE DI CELLULOIDE, di Giuseppe Colangelo


Autori: Giuseppe Colangelo



Casa editrice:
Book Time, Milano, 2009



Collana:
Cinema


Pagine:
222



Formato:
14,5x21



Prezzo:
16€



Lingua:
Italiano

Indice:

Introduzione

Premessa

- Aerei

- Auto, autobus, camion, metrò, motocicli, pullmann e tram

- Computer e robot

- Navi, barche e sommergibili

- Treni

- Viaggi nel tempo

Indice dei registi

Indice dei titoli

Bibliografia

Crediti fotografici


A partire dalla locomotiva dei Lumière che terrorizzò il pubblico in sala (L'arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat, classe 1896) il cinema non ha mai smesso di flirtare con il mondo delle macchine, veicoli di ogni sorta ma anche cyborg, robot, computer e macchine del tempo. Un esempio su tutti? Il lavoro di George Berris, “the king of kustomization”, creatore/allestitore delle più memorabili protagoniste a quattro ruote del cinema: tra le sue opere più celebri, la Greased Lightning di Grease, l'immortale DeLorean di Ritorno al Futuro e l'ambulanza di Ghostbusters. Ma i connubi tra i due immaginari sono svariati, se esistono persino interi filoni di film dedicati ai bikers delle Harley Davidson e anche quelli sui centauri, certo più dimessi, delle Vespe. Anche di queste curiosità racconta Macchine di celluloide, uno scorrevole dizionario illustrato in b/n (brutta la stampa delle immagini) che raccoglie tutte le filmografie possibili sul tema, classificate in base al tipo di macchina protagonista. Oltre alla torrenziale e puntigliosa enumerazione di titoli, spesso pretestuosa, ogni capitolo è chiuso dai “magnifici dodici” di ciascun genere, titoli scelti tra i migliori e approfonditi appena con qualche dettaglio in più. Tra queste top 12, alcune scelte sorprendenti e intelligentemente eretiche come Death Proof di Tarantino o i misconosciuti Cafè Express di Nanni Loy e L'ingorgo di Comencini.
Comodo archivio filmografico forse troppo specifico per risultare davvero necessario, indicato soprattutto per ricerche e catalogazioni, risente dell'impianto strettamente nozionistico su cui si basa e della mancanza di approfondimenti. La pecca meno trascurabile è il prezzo, eccessivo per il modesto numero di pagine (135, considerato che l'altra metà del libro consta di soli indici) e per la scarsa cura editoriale (diversi errori di stampa).

Michelangelo Pasini